PAROLA DI JÜNGER - PARTE I

«La paura è uno dei sintomi del nostro tempo. Tanto più essa suscita costernazione in quanto è succeduta a un’epoca di grande libertà individuale, in cui la stessa miseria, per esempio quella descritta da Dickens, era ormai quasi dimenticata.
«In che modo è avvenuto questo passaggio? Se volessimo scegliere una data fatidica, nessuna sarebbe più appropriata del giorno in cui affondò il Titanic. Qui luce e ombra entrano bruscamente in collisione: l’hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, l’automatismo con la catastrofe che prende l’aspetto di un incidente stradale.
«È un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore. Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic o anche Leviatano. Fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama è piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà: manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocità. Ma non appena si profilano all’orizzonte iceberg e isola dalle bocche di fuoco, le cose cambiano radicalmente. Da quel momento non soltanto la tecnica abbandona il campo del comfort a favore di altri settori, ma la stessa mancanza di libertà si fa evidente: sia che trionfino le forze elementari, sia che taluni individui, i quali hanno conservato la loro forza, esercitino un’autorità assoluta».

(da Ernst Jünger, “Trattato del ribelle”, Adelphi)

SONO QUI

Sono qui. Non esisto. Non esisto perché sono qui. Nella contrazione di giorni caramellati di sole. Sono qui testimone di nulla, fiato che dilata inutilmente. Raccolto di frumento marcio, senza speranza di farina, un pastoio di frivola pula. Un susseguirsi di rotazioni sul proprio asse, tautologiche, superflue. Non si può raccontare, al di là di ogni ragionevole sforzo, l’impercettibile asfissia che sega ogni secondo. Poiché sono qui. Poiché non esisto.

LA LIBERTÀ È PARTECIPAZIONE?

Non è un semplice sfogo, e non è neanche un’accusa infondata. Non è un attacco premeditato che sfonda come un pugno dritto nello stomaco. La libertà di esprimere non un’opinione, bensì i risultati di un’indagine che, per quanto possa sembrare partigiana, ha i fondamenti della verosimiglianza, la libertà dicevo di esprimere anche il pensiero di una folta schiera bipartisan di persone, non elettori, non consumatori, ma persone che producono un pensiero, che assemblano vite stentatamente quotidiane, la libertà ripeto di parlare, di invocare, di denunciare, di rimproverare, di chiarire e rimestare il torbido che va assolutamente rimestato, la libertà che si afferma anche al di là delle distorsioni che si possono praticare della democrazia che non è più partecipazione di tutti, bensì imbrigliamento in regole che favoriscono coloro che si asservono al sistema, la libertà che si difende con le unghie e con i coltelli se le unghie non sono affilate.
Questo manca: la libertà di dissentire e di non accettare il sistema. E la parola è l’unico strumento che il bavaglio del potere vuole a tutti i costi imprigionare. Che sia parola di giornalista, poeta, intellettuale, scienziato, filosofo, critico d’arte. Purché sia parola che dice e non vela, costrutto che smantella e riedifica. Una nuova vita di idee e suggestioni, di dubbi e confronti, di labirinti traducibili da cui sia facile uscire con rinnovata energia e libertà. Sempre libertà.

ABBRACCI DI CULTURE A MACERATA

Dopo la settimana di Festival “Licenze poetiche” che ci aspetta dal 19 al 24 di questo mese, vi ricordo anche che giovedì 30 alle 18 ci sarà l’ultimo incontro del Laboratorio di lettura “I libri per l’isola deserta” a Macerata. In quell’occasione parleremo di “Lettere contro la guerra” di Tiziano Terzani, pacata ma ferma e irriducibile risposta del giornalista fiorentino alla rabbia, all’odio e all’ignoranza dell’Occidente nei confronti dei propri vicini mondiali. Partendo da una sconsolata risposta alle infuocate lettere di Oriana Fallaci sul Corriere della Sera all’indomani dell’attacco alle Twin Towers, Terzani decide di “scendere a valle”, di uscire dal suo ritiro sull’Himalaya e mescolarsi alle genti ritenute responsabili del massacro compiuto l’11 settembre 2001, aggredite dagli americani senza che esse avessero possibilità concrete di difendersi. L’obiettivo che egli si prefigge è cercare di comprendere, chiarire i dubbi e le ambiguità per avere un quadro più oggettivo del conflitto in primis culturale tra i duellanti.
Vi invito quindi a prendere parte a questa chiacchierata giovedì 30 maggio alle 18 per raccontare insieme il libro “Lettere contro la guerra” e per parlare di “Abbracci di culture”.

Abbracci di culture a Macerata

SOTTOVUOTOSPINTO

Se questo è il nostro nuovo Ministro ai Beni Culturali, cominciamo a pregare…

A Silvio, per il lieto fine che aspettavo

Avevo scritto un anno fa proprio sulle pagine di Vanity Fair che l’avventura umana e politica di Silvio Berlusconi non avrebbe potuto chiudersi nel modo in cui si pronosticava dopo il voto del 2006, ma che avrebbe conosciuto, come tutte le belle storie, un lieto fine. E difatti, dopo traversie di ogni tipo avvenute in questi ultimi quattordici anni, ecco che Silvio Berlusconi vince nuovamente con un vero e proprio plebiscito. In questo momento il mio stato d’animo è comprensibilmente di felicità e di ammirazione per un uomo che, anche in questa campagna elettorale, ha saputo non solo rappresentare meglio di altri le speranze di cambiamento della maggioranza degli italiani, ma, soprattutto, che si è speso senza risparmio di energia, con una generosità e un entusiasmo commoventi.

Gli dedico con affetto questa poesia.

Magico silenzio
Intenerito ardore
Campo di girasoli
Sole dell’allegria

(Sandro Bondi, dalla rubrica “Versi diversi” di “Vanity Fair”)

RETROILLUMINAZIONI (2)

Il giorno dopo la festa della donna e la sua quanto mai propagandistica celebrazione come pilastro della vita, della società, dell’intelligenza dell’uomo egemone, leggo con facilità e rapidità il libro “Al mondo” di Teresa Zuccaro. Il titolo non vuole essere un omaggio, una dedica, bensì una dichiarazione d’appartenenza, un’identificazione chiara e netta con l’umoralità che la Terra (femmina) dimostra in ogni sua azione e che si dispiega, si concretizza poi nella proteiformità degli agglomerati di molecole.
Spesso la Zuccaro umanizza, rende emotiva la spiegazione dei processi naturali, rispecchiando in essi i nostri vezzi e difetti, ogni nostra umana (e quindi decodificabile ed accettabile) debolezza, praticando una analogia stretta tra essere umano e creato. Il primo si specchia nel secondo, accogliendone il senso di necessità fisiologica; il secondo acquista un valore soprasensibile e non più meramente meccanicistico, gratificandosi nell’atto di provare sentimenti:

L’ALGA

Come averne paura?
Quel suo farsi trascinare
dalla corrente
ne fa un tipo spento,
insignificante,
senza temperamento.
n realtà, cela la sua natura.
Guai a toccarla:
perfidamente,
è pronta a rivelare
un’indole urticante.
(pag. 19)

Un’altra poesia, molto bella e ritmicamente piacevole, nel suo essere un pò filastrocca e un pò cantilena per soldati al posto di combattimento, sembra raccontare la continua allerta dell’uomo tra gli innumeri pericoli del “suo” mondo:

IL PESCE DEGLI ABISSI

Dove suono aggiunto a suono
dà silenzio di tomba
dove luce su luce
è uguale a nero, e
tre mari più sei fiumi
fanno zero
fluttua il mio lumicino
e non si arrende.
(pag. 25)

Più avanti, all’umoralità delle creature (in senso ilozoista) marine, succede il confronto con il piano dell’alterità, dello spazio, del Cielo (stavolta di segno maschile), sideralmente lontano dalla Terra e spesso incompatibile con essa. Per traslato è facile interpretare questa inconciliabilità con le asperità del rapporto amoroso, come nella poesia “PIANETI”.
Questo perenne dissidio tra le parti che compongono l’universo produce “ANOMALIE” (titolo emblematico di una sezione del libro), poiché ogni azione dell’essere umano sembra irrimediabilmente ricercare il dolore, il conflitto, il malessere in una vita spesa nella caparbia irremovibilità dalle proprie posizioni. Al contrario, la Zuccaro vorrebbe prima o poi esaudire “questo assurdo e intenso desiderio/di essere un pianeta/in cui la vita non sia una lotta”.
Nonostante l’irriducibile incomprensione che vige e domina tra i due emisferi dell’Universo, maschile e femminile, la scrittrice non si arrende e prende in considerazione ogni esile possibilità di ricongiungimento (come si legge esplicitamente nel titolo di una delle sezioni del libro, “UNIONE”). Un’unione giudicata possibile, se non con l’oggetto particolare del sentimento d’amore, almeno con gli elementi che compongono il cosmo. L’operazione di riconoscimento e ricongiunzione non esclude difficoltà o fallimenti:

[...] il cuore non si è mosso da casa:
scandisce i secondi e guarda la porta
che rimane chiusa.
* * * * *
[...] sono a pezzi, tuttavia
appaio intera, ebete e sorridente.

Si sente tuttavia che il percorso à rebours verso uno stadio aurorale della coscienza rappresenta un’esigenza pressante, anche come azione di riscatto sociale dalla gabbia asfissiante delle convenienze, delle vuote formalità. Dalla schiettezza, che procede dalla liberazione da maschere e sotterfugi, la poesia acquisisce una sorta di distaccata e dolente ironia, ma anche una nuova libertà espressiva che permette confessioni e invettive appassionate. Il libro si conclude con un’estrema dichiarazione di poetica:

[...] la verità non mi interessa,
solo il mio desiderio
che spesso è il suo contrario.

La Zuccaro si chiede nella chiusa: “Io sono Nessuno, e tu?”, presupponendo d’incarnare l’origo mundi del Big Bang, il silenzio a cui il suono primordiale ha dato forma. E forse questo suono è stato una voce di donna.

Post successivi »